PROFILO STORICO
LE PRIME REGIE NOVECENTESCHE DEI TESTI RUZANTIANI
Da: Nicola Mangini, Il Ruzante di Cesco Baseggio, in Convegno
Internazionale di Studi sul Ruzante, a cura di Giovanni Calendoli e Giuseppe Vellucci
(Padova, 26/27/28 maggio 1983), Venezia, Corbo e Fiore, 1987, pp. 212-213:
Sappiamo bene limportanza che ebbe la monografia ruzantiana di Alfred
Mortier (A. Mortier, Un dramaturge populaire de la Renaissance italienne. Ruzzante
(1502-1542), in 2 voll., Paris, J. Peyronnet et C., 1925-1926) nel ridestare
linteresse degli studiosi italiani sullopera del commediografo padovano, dopo
le minuziose ed importanti ricerche di Emilio Lovarini. Sullonda di questo recupero,
di cui la cultura italiana era debitrice a questa appassionata figura di
italianisant, venne naturale pensare alla messinscena di qualche lavoro. Anche
in questo i francesi ci avevano preceduto; infatti, a parte lipotizzata
rappresentazione di una o più commedie di Ruzante nella villa di Maurice e George Sand,
nel teatrino di Nohant, si conoscono per certo, innanzitutto, le recite di Bilòra
a Parigi, nel 1902, al teatro de La Bodinière. Lo spettacolo fu organizzato
dallassociazione teatrale Les Latins, diretta da Adolphe van Bever
e Charles Vayre, e comprendeva la Mandragola di Machiavelli, oltre al citato
dialogo di Ruzante. Le recite avvennero il 4 e 5 aprile di quellanno e suscitarono
grande interesse. Per il Bilòra fu utilizzata la traduzione approntata da Luciano
Zuccoli e Ephrem Vincent. Su questa rappresentazione la prima accertata in assoluto
sono note le recensioni sostanzialmente ammirative, pur con qualche riserva di
ordine estetico, riportate da Mortier, a cominciare da quella di Catulle Mendès. Ma ci
sembra più pertinente prender nota del giudizio di un anonimo cronista, il quale definì Bilòra
una parade hilarante intorno ai fastidi del matrimonio e alla scaltrezza delle
donne, mentre rimproverava agli interpreti un certo eccesso nel farsesco (Ritaglio di
stampa alla biblioteca parigina dellArsenal). Curioso giudizio, dunque, attribuibile
ad uno spettatore medio, che tuttavia ci interessa in quanto veniva a collocare
limmagine di Ruzante, allinizio della sua avventura scenica moderna, in una
dimensione precipuamente buffonesca, che se da un lato rivelava la difficoltà di un
corretto e approfondito approccio (pur trattandosi non delloriginale testo pavano ma
di una versione in francese), dallaltro stava ad indicare che proprio quella era la
strada per avviare un processo di graduale avvicinamento e migliore comprensione di
unopera teatrale che, comunque, appariva nuova e sorprendente (une
révélation).
Tralasciamo le successive rappresentazioni in Francia (Bilòra, Il
parlamento, LAnconitana), di cui oggi ci offre una documentazione
essenziale la mostra con il relativo catalogo e veniamo allItalia. Dopo i tentativi
inconcludenti di Frescura, di Boldrin e di Brunelli, si sa che la prima messinscena
ruzantiana risale al 1927, allorché, per iniziativa di Lorenzo Ruggi,
dintesa con Lovarini, fu rappresentato al Comunale di Bologna (sede del Teatro
Italiano Sperimentale), il 13 gennaio di quellanno, il Bilòra, dalla
compagnia veneziana di Gianfranco Giachetti, su un testo riveduto da Lovarini.
[
]
Prendiamo atto, intanto, che lo spettacolo, malgrado le precauzioni
prese (la revisione moderna del testo e la scelta della migliore compagnia disponibile),
trovò impreparati sia la critica che il pubblico. Il dialogo fu definito
archeologico, mentre il pubblico distinto che affollava il teatro
si sentì in dovere di mostrarsi interessato, se non altro nellapprezzamento
dellimpegno profuso dagli attori. Ma la notazione che più ci interessa e che
sintetizza la linea interpretativa di questa operazione riguarda il giudizio sul
protagonista, Bilòra, che parve delimitato nella «buffissima figura del contadino
padovano» (A. Sandro, Bilora del Ruzzante, in «Corriere del
Pomeriggio illustrato», 15-17 gennaio 1927), sulla linea, dunque, della precedente
esperienza scenica francese, cui si è prima accennato.
Nelle successive rappresentazioni che la compagnia Giachetti diede in
varie città (Milano, Torino, Padova, ecc.) va rilevata una progressiva consapevolezza
della critica drammatica sulla reale ed ambivalente natura dellarte ruzantiana e il
conseguente rilievo che assumono le riserve su questa messinscena. Tra i primi Renato
Simoni, che così commentava la recita data allEden di Milano: «Tutto
linteresse sta in quel personaggio [Bilòra]; e quel personaggio è rudemente
artistico solo se lo si riproduca con tutti i suoi caratteri, con i gesti, le espressioni,
con il maschio e turpe linguaggio che gli diede il Ruzzante». E aggiungeva (con una
puntualizzazione rilevante circa il gusto corrente): «Al teatro, oggi certe selvatiche
schiettezze non sono possibili: perciò non è possibile dare una giusta idea del vero
Bilòra. Se nè vista, iersera, soltanto lombra. Anche dal punto di vista
dellinterpretazione, era necessario che il Giachetti trovasse quella precisione di
gesti veri e sintetici, osservati ed intensificati [
]. Senza potenza incisiva di
particolari, senza unimitazione sobria e vigorosa del tipo contadinesco, Bilòra si
stempera in una rusticità approssimativa, diventa un contadino qualunque, una figura
dialettale che differisce dalle altre solo per la furia sanguinosa che lo travolge
allultima scena» («Corriere della Sera», 2 marzo 1927)