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LE INTERPRETAZIONI RUZANTIANE DI CESCO BASEGGIO torna indietro di un passo
LE INTERPRETAZIONI RUZANTIANE DI CESCO BASEGGIO

Da: Nicola Mangini, Il Ruzante di Cesco Baseggio, in Convegno Internazionale di Studi sul Ruzante, a cura di Giovanni Calendoli e Giuseppe Vellucci (Padova, 26/27/28 maggio 1983), Venezia, Corbo e Fiore, 1987, pp. 215-217:

Le tappe ruzantiane di Cesco Baseggio portano queste date: nel 1949 Bilòra, nel 1950 Parlamento e nel 1956 La Moscheta, lavori poi ripresi più volte. ricordando a distanza di tempo queste sue interpretazioni egli dirà, con giustificato orgoglio: «Da sempre avevo intuito la genuina forza dei testi cinquecenteschi del Ruzante. Ci pensai molto e alla fine realizzai una mia prima riduzione del Bilòra, che ebbe un grande successo, cui feci seguire poi il Parlamento de Ruzante che jera vegnù de campo. Il successo fu ancora più grande […]. Un notevolissimo successo ebbi anche con la Moschetta, messa in scena per la prima volta con la collaborazione di De Bosio, a Ferrara, e poi recitata anche a Venezia e altrove» («Il Gazzettino», 9 maggio 1963).

Dunque, uno dei due problemi maggiori della realizzazione scenica del teatro ruzantiano era così avviato ad una felice soluzione con l’incontro con un attore prestigioso, il quale di queste opere diede un’interpretazione di rilevante aderenza poetica e psicologica. Chi ebbe la fortuna di assistere a questi spettacoli ne rimase entusiasta, soggiogato da una recitazione di rara potenza e straordinaria versatilità, giocata su registri accortamente differenziati, dal comico al drammatico, dal farsesco al grottesco. Una recitazione insomma, che, con passaggi repentini, evidenziava di volta in volta gli stupori, le paure, le allucinazioni, le ingenuità, le goffaggini, le bramosie, in una parola lo smarrimento dello stralunato protagonista – sia Bilòra che Ruzante – nell’impatto con una realtà alienante. Negli occhi arguti di Baseggio scattava allora un lampo di ribellione, subito però risolto in un lazzo di corriva acquiescenza, di resa incondizionata del povero villano, impotente a fronte della violenza sopraffattrice degli uomini e delle cose. Restava aperto l’altro problema, quello del linguaggio (che tuttavia era strettamente correlato al primo), in cui l’intervento di Cesco Baseggio, del tutto funzionale al suo lavoro di interprete, risultò determinante in merito a quel compito di naturale mediazione che gli competeva nel rapporto tra testo e pubblico. La critica drammatica non ha mancato di rimarcare certi limiti di tale intervento e capita ancora oggi di leggere che le sue interpretazioni non erano scrupolose dal punto di vista filologico, che il suo pavano era addomesticato e diluito, che il linguaggio era troppo venezianizzato, che la recitazione assumeva a volte un cantilenare e toni chioggiotti e che, insomma, si concedeva troppe libertà. Si è parlato quindi di infedeltà e addirittura di tradimento, ma ciò, invero, è uno spostare i termini della questione, poiché questi sono rilievi che riportano con tutta evidenza quella fondamentale prospettiva letterario-umanistica, tipica della nostra formazione culturale, che ci condiziona anche quando ci occupiamo di teatro, cioè di spettacolo. Si trascura, infatti, di rilevare che questa sofferta e faticata opera di mediazione di Baseggio era prima di tutto indispensabile e poi inevitabile, in quanto proprio la sua ‘infedeltà’ alla lettura di tipo filologico ha consentito ad un pubblico ben più largo della schiera degli specialisti, dei professori e dei letterati, di accostarsi e familiarizzarsi, pur sempre in qualche misura, a questi straordinari prodotti della drammaturgia veneta del ’500. […]

Mi sembrano molto significative, in proposito, alcune considerazioni di due noti critici drammatici, di diversa formazione, Silvio D’Amico e Giulio Trevisani. In occasione della ‘prima’ del Parlamento (o del Reduce) al Festival Teatrale di Venezia, D’Amico scriveva: «Nel breve atto incorniciato in una piccola scena un po’ troppo visibilmente posticcia, Cesco Baseggio ha sostenuto la parte di Ruzzante con una agra vitalità, frutto d’un intuito geniale e insieme d’una esperienza consumatissima. L’aspra verità del testo ha trovato in lui un dicitore stupendo, capace di sospendere gli spettatori alla virtù d’una mera esposizione, col risultato d’una continua, angosciosa ilarità. Sembra a noi che questo si chiami, veramente, rivelare a un pubblico un autore; con una efficacia, sia detto ai critici della pura letteratura, altrimenti valida che non cento commenti» (S. D’Amico, Palcoscenico del dopoguerra, in 2 voll., Torino, Ed. Radio Italiana, 1953, vol. II, pp. 63-64)

Il commento di Trevisani riguarda, invece, la ‘prima’ della Moscheta, a Ferrara. Dopo aver osservato che le commedie di Ruzante gli sembravano un compromesso tra il sistema del canovaccio e quello del testo scritto, aggiungeva: «Se così non fosse, non si potrebbero giustificare le frequenti ripetizioni di situazioni […] o di battute […]. Questo spiega perché non ci sentiamo di essere troppo severi verso Gianfranco De Bosio (regista di non comune cultura e acume) se egli ha lasciato che, spesso, il Baseggio si sovrapponesse con la sua potente personalità, al testo del Ruzante, operando modifiche ed interpolazioni. Non diciamo che questo sia sempre riuscito (non ci è parso felice, ad esempio, il finale dell’ultimo atto, aggiunto al testo); ma in moltissimi casi è innegabile il contributo, vivo di efficacia teatrale, apportato al testo stesso» (G. Trevisani, Storia e vita di teatro, Milano, Ceschina, 1967, pp. 63-64).