PROFILO STORICO
LE REGIE DI GIANFRANCO DE BOSIO
DE BOSIO: LA MOSCHETA TRA IL 1960 E IL 1962
Da: Carlo Maria Pensa, Interpreti e Critici: Memorie di Mezzo Secolo,
in III Convegno Internazionale di Studi sul Ruzante, a cura di Giovanni Calendoli
(Padova, 24/25/26 maggio 1990), Padova, Società Cooperativa Tipografica, 1993, p. 122:
Tra gli altri interpreti del Ruzante, emerge la figura di Franco
Parenti che affrontò La Moscheta, con Edda Albertini, nellautunno
del 1960: regia si intende di De Bosio. Questa volta ci soccorre
Enrico Bassano dichiarando che Parenti «ha vinto anche i confronti, ha
superato i ricordi, si è imposto per la sua personalità, per lintelligenza»
con la quale ha composto il suo tipo «in uno splendido modo».
Da: Gianfranco De Bosio, Un trentennio di lavoro sul Ruzante, in
Convegno Internazionale di Studi sul Ruzante, a cura di Giovanni Calendoli e
Giuseppe Vellucci (Padova, 26/27/28 maggio 1983), Venezia, Corbo e Fiore, 1987, p. 227:
Questa Moscheta [quella dellautunno 1960] si riferiva
più a quella di Padova che a quella di Ferrara, per luguale impegno di fedeltà e
rigore, recava con sé una maggiore maturazione del discorso ruzantiano e teatrale, una
destrezza scenica, uninvenzione dei rapporti fra i personaggi e uno stile di
comunicazione esplicita nei confronti del pubblico, che la prima esperienza non poteva
avere. Si proponeva insomma uno stile di rappresentazione che nella proposta padovana
trovava origine, basi e nutrimento, ma acquisiva una sua originale autonomia
nellimpostazione critica della descrizione dei caratteri da parte degli attori. E il
personaggio di Ruzante esplodeva, anche grazie alleccezionale risultato di Parenti,
nella sua ambiguità di oppresso e di approfittatore, imponendo la sua realtà
esistenziale sul mondo avverso e roerso che lo circonda e lo opprime.
Lesito fu appagante: gli echi della rappresentazione da Buenos
Aires a Montevideo a San Paolo a Rio furono la rivelazione di un autore e di un teatro;
leco rimbalzò in Europa e fummo ospiti del Théâtre des Nations a Parigi
(1961) e al Festival del Teatro Latino a Barcellona (1962), dove la compagnia
ottenne la maggior parte dei premi in palio, regia, interpretazione, allestimento: la
proposta parve innovativa, la presenza del personaggio popolare al centro del discorso
teatrale fu accolta con emozione dal pubblico catalano, ben attento allora a qualsiasi
umore non conformista.
Ma le recite di Parigi, che si alternavano con successo a quelle
del Living Theatre [
], servirono a stabilire una solida reputazione al
nostro lavoro sul Ruzante nel mondo teatrale francese: fu in seguito a quelle
rappresentazioni che incominciò, dopo lepoca del Mortier, la fortuna del
Ruzante in Francia [
].
LANCONITANA PER LA REGIA DI DE BOSIO NELLA STAGIONE
1964/1965
Da: Gianfranco De Bosio, Un trentennio di lavoro sul Ruzante,
in Convegno Internazionale di Studi sul Ruzante, a cura di Giovanni Calendoli
e Giuseppe Vellucci (Padova, 26/27/28 maggio 1983), Venezia, Corbo e Fiore,
1987, p. 228-229:
Così, con laiuto di Zorzi, preparammo un programma di
sviluppo della ricerca, e nella stagione 1964-1965 ne affrontammo una nuova fase.
Tra le opere del Beolco scegliemmo lAnconitana, testo
misto di pavano veneziano e italiano, commedia di transizione fra il Ruzante interprete
della realtà contadina e lesperienza successiva dellimitazione del teatro
classico. Della commedia si ricordava la realizzazione scenica di Jacques Copeau in
Francia negli anni venti, tradotta da Alfred Mortier, in cui era stato accentuato il
motivo, caro già a Maurice Sand, del Ruzante precursore della Commedia dellArte.
[
]
La festa, sì, è presente, ma è la festa del trionfo del personaggio
subalterno, come indica, fra laltro, la sbalorditiva invenzione finale della
commedia. Solo in questi limiti si potrà parlare dellinsegnamento di Ruzante
allArte, al di fuori dei canoni formalistici. Lesperienza
dellAnconitana modificò i criteri di preparazione delle messinscene
ruzantiane. Fu il segnale più vistoso dellabbandono, già iniziato con Parenti,
dellarea degli attori veneti per linserimento, con uno specifico addestramento
linguistico, di attori del teatro in lingua italiana. La formazione degli attori fu
particolarmente curata, con una ricerca fondamentale di educazione al movimento condotta
dalla coreografa Marta Egri, e con una parallela educazione musicale diretta dal
maestro Roberto Goitre; la compagnia apprese le tecniche del canto e della danza
rinascimentali; intervenne per una nuova sistemazione dello spazio scenico la fantasia di Lele
Luzzati.
Al centro del palcoscenico vuoto era posto uno scalone praticabile dai
due lati. Cinque parallelepipedi verticali che rappresentavano casette diverse su ogni
lato, rivestiti di materiali poveri, pezzi di mobilio sezionato, cesti, reti, tele
dipinte, legni, venivano spostati a vista dagli attori a scomporre le situazioni sceniche.
La compagnia che iniziava lo spettacolo in abito contemporaneo, in tenuta da lavoro
scenico, si travestiva in vista del pubblico. Era la comunicazione della gioia di far
teatro, gioia di cantare, ballare o recitare.
Il risultato di quel lungo periodo di prove innovative fu immediata:
lo spettacolo, già richiesto prima del nascere dalla rete del teatro francese
e belga, compì una tournée che si concluse a Bruxelles e a Parigi, con un successo
addirittura superiore alle nostre aspettative.
Paolo Graziosi, il Ruzante giovane
dellAnconitana, fu accolto come una rivelazione dalla critica parigina,
più dun recensore lo paragonava a Gérard Philippe, il pubblico affollava il teatro
dellEst Parisien (ETP); alla fine dello spettacolo veniva concessa la visita al
palcoscenico per consentire agli spettatori che non abbandonavano il teatro di ammirare le
costruzioni sceniche di Luzzati. Michel Arnaud aveva tradotto
LAnconitana. Lo spettacolo aveva dimostrato a noi stessi, e al pubblico,
quale avrebbe potuto essere il cammino della commedia italiana, se la censura
controriformista non ne avesse interrotto lo sviluppo testuale e obbligato il cammino sui
binari particolari della Commedia dellArte.
In Italia lAnconitana non ebbe in quel momento
pari risonanza; fu accolta con successo a Torino, ma non mancò una manifestazione,
orchestrata, dun centinaio dabbonati che rinviarono le loro tessere
dopo averne usufruito era lultimo spettacolo della stagione
in segno di protesta per loscenità del linguaggio e delle situazioni.
LA REGIA DI DE BOSIO DI PARLAMENTO E BILORA TRA
IL1965 E IL 1968
Da: Carlo Maria Pensa, Interpreti e Critici: Memorie
di Mezzo Secolo, in III Convegno Internazionale di Studi sul Ruzante,
a cura di Giovanni Calendoli (Padova, 24/25/26 maggio 1990), Padova, Società
Cooperativa Tipografica, 1993, p. 123:
Glauco Mauri, in uno spettacolo altrimenti composito,
nellottobre del 1965, lo stesso De Monticelli lo aveva trovato «interprete
eccellente» del Parlamento, «ma troppo sottilmente complicato e interiore per
adattarsi alla scabra ferocia di questi personaggi», dando così «limpressione di
indugiare un po in un patetico che il testo non richiede. Assai più convincente,
serrata e precisa», sempre secondo De Monticelli, «la sua interpretazione del Bilora,
dove, invece, quantunque sempre efficiente, ci è sembrata un po impacciata Valeria
Moriconi».
Stesso spettacolo, stesso regista [De Bosio], due anni dopo
a Torino, e stesso protagonista, Glauco Mauri, ma senza la Moriconi. Spettacolo
che Sandro De Feo avrebbe giudicato perfetto «se il Ruzzante fosse scrittore
da impegnare direttamente contro i ricchi, se fosse ciò apertamente
e direttamente dalla parte dei tempi nuovi e più giusti. Il Ruzzante era invece
un pessimista senza rimedio, detestava i suoi tempi corrotti, idoleggiava il
buon tempo antico sano e semplice, era cioè un conservatore di fondo; voglio
dire che non è plausibile e credibile la sua sfida di sovversivo cosciente,
una sua invettiva diretta come quella che laltra sera richiamava un po
in mente le sfide e invettive lanciate agli attori avanzati alla ribalta negli
impegnatissimi spettacoli di Brecht».
Da: Carlo Maria Pensa, Interpreti e Critici: Memorie di Mezzo Secolo,
in III Convegno Internazionale di Studi sul Ruzante, a cura di Giovanni Calendoli
(Padova, 24/25/26 maggio 1990), Padova, Società Cooperativa Tipografica, 1993, pp.
122-123:
Non ci scosteremo dalla figura di Parenti per rievocare un suo
spettacolo presentato al teatro Olimpico di Vicenza nel settembre del 1968 e
strutturato su due Orazioni del Ruzante, il Parlamento e il Bilora; è
loccasione per ricuperare una bellissima cronaca di Roberto de Monticelli
soprattutto attento alle curiosità di una interprete insolita: Milva, al suo
debutto in prosa, come la Gnua del Parlamento e la Dina del Bilora. Ecco:
«Tenuto conto della presumibile emozione per un esordio così clamoroso e pubblicizzato,
si può dire in coscienza che Milva abbia superato la prova. Intendiamoci, non ha fatto
nulla di più di ciò che avrebbe fatto, nelle due parti, una attrice, diciamo così, di
carriera. E, ovviamente, quelle che in queste interpretazioni lhanno preceduta hanno
raggiunto risultati più maturi.
Lei ci ha messo qualcosa che probabilmente è solo suo, non
so, la seduzione di quella sua voce calda e acre, quel suo impeto fisico, una
sua ingenua e rozza immediatezza che hanno stemperato in parte quel tanto di
scolastico e di frenato che è ancora in lei. E bisogna esser grati a De Bosio
per non aver puntato, per lei, sul canto. Le ha affidato una canzone, una sola,
su musica di Liberovici, Gioco Leale».
LE REGIE DI DE BOSIO DAL 1969 AGLI ANNI OTTANTA
Da: Gianfranco De Bosio, Un trentennio di lavoro sul Ruzante, in
Convegno Internazionale di Studi sul Ruzante, a cura di Giovanni Calendoli e
Giuseppe Vellucci (Padova, 26/27/28 maggio 1983), Venezia, Corbo e Fiore, 1987, p. 231-234:
Proponemmo le prima rappresentazione di questo testo [La Betìa]
di dimensioni incontenibili a Paolo Grassi, che fu lieto di inaugurare così la
stagione 1969/70 del Piccolo Teatro di Milano.
La scelta e la riduzione del testo fu compiuta prima di tutto da Zorzi,
e con molta abilità: bisognava ridurre ad un tempo di spettacolo contemporaneo un
materiale diffuso, nato per altre convenzioni dintrattenimento.
Eliminato il lungo primo atto, che costituisce quasi un prologo
indipendente sul tema dellamore, iniziammo le prove.
Decidemmo di unificare platea e scena del Piccolo Teatro, rivestendo
dello stesso rosso della sala le pareti del palco, e vi inserimmo un dispositivo di
praticabili scuri e tende bianche che si ispirassero al disegno originale della scena
contenuta nel manoscritto cinquecentesco della commedia. Con i costumi semplici e
fantasiosi di Luzzati, le musiche di Liberovici che prevedevano una piccola orchestra sul
palcoscenico, ci avviammo alla conquista di questo nuovo Ruzante in cui il pavano scabro
delle commedie della maturità singentiliva nella invenzione ritmica, nelle rime
spiritose, in un ribollire di comicità festosa. [
]
Nella nuova Moscheta della stagione 70/71 confluiva
la stessa maturazione di Parenti come interprete ruzantiano; della Moscheta
torinese di dieci anni prima rimanevano Edda Albertini e Virgilio Zernitz ad
approfondire il loro lavoro; il soldato bergamasco era invece Mimmo Craig. Il
prologo fu detto da Parenti: utilizzammo infatti il prologo scritto dal Beolco appunto per
il personaggio di Ruzante. Fu ancora unesperienza positiva di aggiornamento della
ricerca. Lo spettacolo, dopo le repliche italiane, fu accolto a Parigi, in Francia e in
Svizzera a Zurigo. [
] Ma si può dire che con la Betìa del Piccolo
Teatro avevamo raggiunto il culmine della ricerca innovativa; conveniva ora dopo dodici
anni di continue proposte, lasciare un tempo di meditazione. [
]
Allinizio degli anni Ottanta avevo studiato, sempre pungolato da
Zorzi, La Pastoral e la lettera allAlvarotto; contemporaneamente avevo
letto un illuminante saggio di Mario Baratto, Lavventura teatrale di
Ruzante, che mi suggeriva nuove prospettive. Poi al Teatro Valle di Roma assistetti
ad una rappresentazione di Il Suicidio di Erdman interpretato da Marcello
Bartoli e il Gruppo della Rocca: fu uno spettacolo che mi eccitò e risvegliò
il mio desiderio di riprendere il discorso ruzantiano interrotto.
Bartoli mi appariva, fra gli attori delle nuove generazioni, un
interprete particolarmente adatto a continuare la tradizione del fatidico ruolo, e la
compagnia ben strutturata per la ripresa della ricerca.
La previsione si avverò: trovai nel gruppo una partecipazione devota
ed entusiastica al progetto. Anche se fra gli attori soltanto uno Fiorenza Brogi
aveva familiarità con il veneto, la sfida fu accettata e si decise di studiare
lantico pavano preparando un récital da utilizzare per le scuole, che servisse ad
addestrare tutti gli attori nel linguaggio. Dopo due mesi di studio e un mese di recite
del breve spettacolo, che riuniva in una sequenza criticamente ragionate scene del Beolco
sul tema dellamore, intervallate da interventi di canto polifonico, il Gruppo aveva
sperimentato le varie possibilità del linguaggio ruzantiano, e il modo di proiettarlo e
imporlo agli spettatori; potevamo a questo punto iniziare le prove del nuovo Ruzante.
Avevo ordinato una scelta di testi che servisse a mettere a
fuoco, e al centro dellazione scenica, la problematica esistenziale del
Beolco, laspetto di fragilità della sua psicologia, così ben
individuata dal Baratto, il suo rapporto con la vita, ma anche con la morte,
tema questo che ricorre ossessivo nella sua opera, dalla Pastoral
alle Orazioni, dal Parlamento al Bilora,
alla grande scena della discesa agli Inferi di Nale nella Betìa.
Servendomi come spartiacque della lettera allAlvarotto, sublime raggiungimento
della malinconia del Beolco, svolgevo la recita fantastica del famosissimo
Angelo Beolco detto il Ruzante alla corte dei Cardinali Marco e Francesco Cornaro,
come spiegava il lungo titolo; entro il montaggio incrociato dei testi appena
citati, si inseguiva in termini di pura evidenza teatrale il cammino interiore
dellattore drammaturgo alla ricerca di se stesso. Ruzante ripercorre il
suo tragitto dautore, attore e regista, i suoi rapporti con la corte,
le sue amicizie, il suo distacco. Lindagine ancora oggettivante dei Dialoghi
si sposta allinterno della coscienza dellautore.