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RUZANTE IN GERMANIA torna indietro di un passo
PROFILO STORICO

RUZANTE IN GERMANIA

da: MARGOT BERTHOLD, La conoscenza del Ruzante in Germania attraverso gli spettacoli dopo il 1945, in Convegno Internazionale di studi sul Ruzante, a cura di G. Calendoli e G. Vellucci, Venezia, Corbo e Fiore, 1983 pp. 205-209:

Come far rivivere il Ruzante per noi altri? Fortuna volle, che esistessero in manoscritto presso una agenzia-editrice teatrale le traduzioni di tre opere: La Moscheta, il Bilora e Il parlamento de Ruzante che iera vegnù de campo (in tedesco: Die Paduanerin, Bilora, Des Ruzante Rede, so er vom Schlachtfeld kommen), ciclostilate negli anni Sessantuno, Sessantatre e Sessantotto presso la Drei Masken Verlag di Monaco.

Riuscii ad ottenerle in prestito – ormai prestito a scadenza illimitata – dal direttore della Drei Masken Verlag, e comunque con la riserva che il traduttore, signor Heinz Riedt, non ne fosse contrario. [...]

L’entusiasmo dei miei studenti per il Ruzante non ebbe fine. Si costituirono in gruppo e si recarono nell’ottobre del Sessantotto alle settimane teatrali di Berlino (Berliner Festwochen), dove lo stabile di Bologna recitò I Dialoghi di Ruzante in lingua italiana. L’articolo di presentazione tedesco sul programma dello Hebbel Theater era di Heinz Riedt. Chi altro ne avrebbe avuto la competenza? (Loro tutti sapranno che anche Goldoni, la Fallaci, Primo Levi e tanti altri scrittori italiani senza le traduzioni tedesche di Heinz Riedt sarebbero rimasti pressoché sconosciuti al lettore tedesco).

La palpabile, rude drammaticità, la netta profilatura dei personaggi, la loro protesta trovarono – proprio nell’anno Sessantotto – una vasta eco fra i giovani. Un gruppo studentesco a Monaco-Schwabing mise in scena un collage critico-aggressivo di testi ruzantiani in un Kellertheater, un teatro-cantina. Stimolati dal mio seminario avevano escogitato – e realizzato abilmente e con successo – una sequenza di scene di maligna facezia: senza avvertire né l’agenzia di distribuzione teatrale né il traduttore né me stessa. La loro scusa: l’uscita, proprio allora, del grande volume ruzantiano di Ludovico Zorzi, volume che avevano consultato secondo le loro possibilità. Ecco un garante di massima fiducia: Ludovico Zorzi, studioso riconosciuto su sala internazionale e predestinato come nessun altro alle ricerche ruzantiane: discendente da quella nobiltà veneziana sensibile ed aperta, il cui mecenatismo dette tanta gloria, compresa quella postuma, sia a Ruzante che all’Università patavina. [...]

Un po’ ovunque, presso Università e teatri comunali, presso teatri sperimentali e d’avanguardia, nel frattempo si possono incontrare degli entusiasti dell’anticonvenzionalismo, dello "snaturale" ruzantiano".

Una delle prime messinscene di un’opera del Ruzante in lingua tedesca – diventata nota anche su campo internazionale – fu la Moscheta (Die Paduanerin) presso la Schaubühne am Halleschen Ufer a Berlino, con la regia di Dietrich von Oertzen, nel dicembre del Sessantaquattro. Fragorosi applausi! Critica e pubblico erano dello stesso parere. Il noto critico teatrale Friedrich Luft ebbe a definire la commedia una "precoce apparizione del teatro sociale italiano, una autentica scoperta". E continua: "La traduzione di Heinz Riedt, pur usando – giustamente – delle formulazioni inauditamente rudi, è di gran gusto e ben pronunciabile. Non sa di artificiosa vetustà, anche se pone accenti antichi e su questi insiste".

Altri critici si ricordarono di Hans Sachs e di Grimmelshausen, videro delle affinità fra il Woyzeck di Büchner e l’impegnata critica sociale del Ruzante.

Ed erano convinti tutti, che il regista era riuscito a non cadere mai nel puro buffonesco, a non dimenticare mai la raccomandazione del traduttore che "agli spettatori il riso debba congelarsi".

Ruzante e Büchner con la loro pietà per la creatura maltrattata sono effettivamente assai vicini. E non fu un caso che Peter Palitzsch, ex allievo di Brecht allo Schiffbauerdamm-Theater di Berlino Est, li mise assieme in un’unica serata al teatro di Essen, città industriale renano-westfalica: il Parlamento di Ruzante e il Woyzeck di Büchner. Scenario e costumi – siamo nel millenovecentosessanta – li creò l’indimenticabile Amleto Sartori di Padova, su iniziativa di Heinz Riedt.

Il padovano Ruzante del Cinquecento, il tedesco Grimmelshausen, vigoroso e scaltro, nel Seicento, e l’assiano Georg Büchner, drammaturgo del socialismo prorompente, sono anelli in una catena che racchiude accusa, pietà, critica attuale della situazione storica, e satira.

Il fatto che Peter Palitzsch, allievo di Brecht, si dedicò al Ruzante, ci riporta, e neanche questo è un caso, al grande maestro. Ricordo una messinscena ruzantiana avvenuta poco fa a Memmingen, città sveva. Con il titolo Ruzante, commedia popolare in quattro atti, quattro redattori avevano fatto per la Henschelverlag di Berlino Est un montaggio delle prime opere di Angelo Beolco. Lo spettacolo, sotto la regia di Caspar Harlan, ebbe queste parole conclusive:

"Hier endet unser Stück.

Jhr seht, der Mann sieht anders aus am

Schluss, als er begann"

("Qui finisce lo spettacolo. Avete visto

come dal principio alla fine

l’uomo di aspetto cambiò")

Avrebbe potuto ben essere anche l’epilogo a Mann ist Mann di Bertolt Brecht. Anche il facchino Galy Gay, uscito per comperare un pesce, "dal principio alla fine di aspetto cambiò". Egli cadde in mano ad una masnada di soldati che gli giocarono il tiro di trasformarlo in una – umana-disumana – macchina da battaglia. Questo Ruzante del Beolco, trasformato dalla guerra, e questo Galy Gay del Brecht, trasformato in macchina da battaglia, in realtà sono assai più affini che a prima vista potrebbe sembrare: sia di tendenza che di struttura teatrale. Qui si impone l’analogia col teatro epico di Brecht, col suo effetto di alienazione. Brecht stesso, sicuramente non avrebbe esitato di riconoscere il Ruzante quale uno dei suoi predecessori.

Un altro ragguaglio – nel campo della storia dell’arte – venne alla luce in occasione di una recita ruzantiana alle Zürcher Festwochen (settimane di Zurigo, nel Settantuno): Ruzante – il Breughel contadinesco italiano. Non risulta difficile riconoscere un collegamento fra i due artisti pressoché contemporanei. Il famoso quadro di Breughel raffigurante il paese di cuccagna pronuncia la stessa accusa contro fame e miseria – qui nello stridente contrasto dei satolli – del "Parlamento del Ruzante".

Occasione a questo raffronto con il pittore dei contadini olandese del Cinquecento offrì la messinscena della Moscheta a cura di Gianfranco De Bosio, con Franco Parenti nelle vesti di Ruzante. "Egli personificò – come scrisse la stampa – il tipo goffo che invano si sforza ad essere scaltro, ma la cui presunta scaltrezza fallisce sempre, ed il quale sotto diversi aspetti diventa vittima altrui". Questo mondo di un Breughel contadinesco italiano rappresentato con slancio comico prorompente, eppure allo stesso tempo molto disciplinato, fece dimenticare ogni difficoltà di lingua incitando il pubblico a grandi applausi.

Fra tanti esempi occorre menzionare un’altra messinscena importante: ancora in Isvizzera, al teatro cittadino di Basilea, dove evidentemente la vicinanza geografica e l’affinità della lingua alemanna contribuirono a raggiungere "una plasticità senza esempi ed una rudezza che oggigiorno non esistono più". Sono le parole della Schweizer Radiozeitung sulla messinscena di Heinz Engels, nel Settanta, della Moscheta (Die Paduanerin). Fu un avvenimento che la stampa definì "realizzazione di alto livello e di rara omogeneità dovuto alla magia di linguaggio del traduttore Heinz Riedt. Come egli spiega, si servì di un testo antico, il quale, senza pretesa di assoluta esattezza storico-filologica, forse si avvicina il più possibile alla poetica del Ruzante". E l’articolo, dopo aver constatato che un tale linguaggio mai ancora fu udito su un nostro palcoscenico, prosegue: "Risultato di questo linguaggio è quello che né scena né accessori né costumi finora sono riusciti ad ottenere: trasformare gli attori in personaggi medioevali e rendere trasparente l’inquadratura storica".

Sulla stessa linea intenzionale si trova anche la signora Claudia Sauermann di Colonia che l’anno scorso mise in scena al teatro-fabbrica Deutzer Freiheit la Moscheta (Die Paduanerin) – messinscena che abbiamo visto anche qui a Padova. La regista mi disse: "Come prima cosa mi domandai, se io in quanto donna, sarei in grado di mettere in scena un Ruzante, e se avrò il coraggio di realizzare un tale linguaggio. Quando l’attore da me previsto per il ruolo di Ruzante ebbe letto il testo per la prima volta, mi disse spontaneamente: Voglio interpretarlo!" Ed ancora la Sauermann: "Ci affascinò la sincerità dei personaggi, ma allo stesso tempo ci spaventò. Quel che dicono i personaggi del Beolco, lo mettono anche subito in pratica, e senza raggiri, senza quei meccanismi di spostamento, di rimozione dei moderni personaggi teatrali".