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Ruzante e il Cinema torna indietro di un passo
TITOLO

Recensioni.

"[…] la sceneggiatura segue fedelmente il testo e il linguaggio originali della Betìa. Solo alcuni brani sono desunti da altre opere. Dalla Prima orazione è ricavato il discorso di Nale sui preti; dalla Moscheta son tratte le figure dei soldati bergamaschi; i dialoghi dei personaggi secondari sono liberamente tratti dalla stessa Betìa.

[…] Anche gli attori jugoslavi sono quasi tutti di origine contadina, "come del resto Manfredi", dice il regista , "che è il furbo mercante che si intromette fra Zilio e la Betìa e combina prima il matrimonio a tre e poi il congresso amoroso a cinque. Ma la cosa più importante che viene fuori da questo film è il Veneto povero, miserabile, ma così vivo, arguto e intraprendente in tutte le sue manifestazioni, negli usi e nei costumi: dal pranzo di nozze, alla vendita al minuto delle feci umane come concime al miglior offerente, dagli incredibili dialoghi d’amore, alla ricerca affannosa e disperata di cibo, del lavoro e dell’affrancamento del contadino in città"

Alcuni critici a corto di idee hanno scritto nei loro articoli: "Dopo il filone del sesso, del giallo erotico, del western all’italiana, il nostro cinema ha scoperto con La Betìa il filone dell’escremento, che è il protagonista del film", alludendo al crudo linguaggio di Ruzante rimasto quasi intatto anche nel doppiaggio, compreso il vernacolo patavino antico del ciociaro Nino Manfredi e della genovese Rosanna Schiaffino."

SERGIO SAVIANE, Indiscrezione, in "L’Espresso" 09/01/1972

" […] Il film è intelligentemente accurato nelle immagini, nelle scenografie, nei costumi rustici, nel rifatto linguaggio italo-veneto. Ma temiamo che il pubblico – quella parte di pubblico che non si accontenta della fraseologia oscena – non giunga a cogliere la linea poetica del lavoro, compromessa da un tono di regia alquanto uniforme e vociferato, e dal troppo e inebriato insistere di una libertà di espressione che, volendo essere naturale, dà nello sforzato."

L.P, Rudi amori del Cinquecento, in "La Stampa", 24/12/1971

"In effetti, De Bosio, allorchè plasma attraverso la propria cultura un materiale del ‘500 per le platee del 1972, compie un’operazione in qualche misura parallela a quella che a suo tempo, già tentò Ruzante, trasferendo –attraverso le forme e i filtri ideologici di una complessa esperienza rinascimentale- miti e problemi dell’attardato cosmo contadino nell’ambito borghese e cortigiano dell’élite pavana. In questo gioco difficilissimo e ancora aperto a esiti diversi, Angelo Beolco finì col pervenire sia ad influenzare effettivamente (in una forma che non è il caso di discutere qui) la vita di questa élite sia a realizzare un’opera che tramanda sino a noi, vivente, un nucleo di realtà e problemi sociali dalla forza culturale ancora utilizzabile. Di qui, nel momento in cui un regista cinematografico si propone di utilizzarlo, la necessità di verificare sia quanto egli abbia saputo apprendere dal modello dell’azione "mediatrice" ruzantiana, sia quale azione la sua opera possa esercitare sul pubblico contemporaneo. […]

Esiste, infatti un largo margine di libertà di De Bosio nei confronti del testo, ma è una libertà che apre varchi all’ingresso del presente non del Ruzante più incisivo, ma della più "gastronomica" Commedia dell’Arte. […]

Si veda, soprattutto, la goduta rappresentazione delle "risse" prematrimoniali, sviluppo pesante e insistito di un esile spunto del testo ruzantiano. Qui De Bosio forza –giustamente- il modello del suo discorso per attingere a risultati autonomamente significativi, ma lo fa affidandosi interamente e alla sua larga conoscenza del folklore contadino e alla sua perizia scenica. Ne nascono momenti di ricostruzione storica felicemente agitati, eppure –tutto sommato- esclusivamente basati sull’addizione inerte della curiosità erudita e del gusto della kermesse mimico-buffonesca. Quando –a nostro avviso- se un senso deve essere ascritto al tentativo di scender oltre la superficie ruzantiana, esso andrebbe ricercato nel recupero della realtà sociale e culturale donde nasce il folklore (la "rissa matrimoniale", insomma, come residuo di una religione arcaica).

Il medesimo discorso andrebbe ripetuto, infine per la tematica sessuale. il motivo giocoso della libertà erotica, dello scambio delle mogli, appare già in Ruzante, indubbiamente, come ammiccamento allusivo della società borghese-cortigiana, indirizzato "alla disponibilità scettica e spregiudicata del pubblico che si intravede sullo sfondo delle rappresentazioni ruzantiane" (L. Zorzi, Introduzione al Teatro di Ruzante). Ma, anche qui, si trattava di scoprire nell’antico mito contadino della comunanza sessuale il risvolto sovrastrutturale di un comunismo economico primitivo legato al matriarcato. De Bosio, invece si limita ad estendere il significato allusivo del discorso di Ruzante proiettandolo ancor più nel futuro, sino ai nostri giorni, per il solleticamento di un pubblico borghese che – attraverso il sesso mercificato delle "riviste per soli uomini"- sta scoprendo la nuova "morale" erotica del neocapitalismo."

R.A [ROBERTO ALONGE?], R.T [ROBERTO TESSARI], La Betìa, in "Bianco e Nero", n.215, gennaio/febbraio 1972, pp.130-133