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Intervento di Paolo Sambin al Convegno su Ruzante del 20 giugno 2001

Ruzante: da luoghi saccensi a testi drammatici. Qualche esempio.

 Facciamo anzitutto, e tutti insieme, un salto indietro nel tempo, un lungo salto di quasi cinque secoli, esattamente risaliamo agli anni 1528-1529.Perché è un biennio di carestia e di peste, di estrema fame e di morte estesa (e noi più o meno travolti dal consumismo sentiremo tra poco dalla viva voce di un notaio saccense contemporaneo cosa significavano peste e carestia).

Un salto indietro, dunque, quanto al tempo. Nessuno spostamento, invece, rispetto ai luoghi: restiamo in casa vostra, nella nostra Saccisica dentro al castello di Piove o fuori nella podesteria o oltre la podesteria, a S. Angelo, a Campolongo Maggiore, a Terranova, soprattutto a Rosara e Codevigo. Sono quei luoghi ruzantiani; cioè luoghi da cui Angelo Beolco percepisce il reddito principale della sua vita (benefici ecclesiastici di S. Angelo e di terranova) in cui lavora come abile e fidato procuratore del suo magnifico protettore - padrone Alvise Cornaro, luoghi insomma che visita speso e in cui talvolta soggiorna.

Vedremo subito qualche esempio preciso in questa assidua frequentazione del Ruzante nella Saccisica, di questa sua familiarità con la vostra "terra".

Noto qui una curiosità, che mi pare interessante. Il Ruzante appassionato proprietario di cavalli percorreva in lungo e in largo la Saccisica cavalcando un gagliardo purosangue, costosissimo (l’aveva comprato per 70 ducati, prezzo che corrispondeva con molta approssimazione al valore di 10 campi di terra comune: quasi direi una fuoriserie dei nostri giorni!).

Ruzante batteva la Saccisica alternandosi nel servizio del Cornaro con altro procuratore Bernardino Cassavolante o con Giovanni Antonio Malerba, fattore.

Ripeto: Ruzante, Passavolante, Malerba: tre uomini in carne e ossa, concreti e attivi, chissà quante volte visti dai vostri antenati, amici di Piove di Sacco; eppure per suggestione del nome quasi sfumato dalla realtà alla rappresentazione di figure simboliche.

Ed ecco qualche esempio preciso del "lavoro" del Ruzante a Piove di Sacco. Il 4 giugno 1529 il Beolco è nel castello di Piove nella casa del notaio Giovanni Ranzato rogatario: si stipula un contratto di compravendita di due campi tra il Cornaro, rappresentato appunto dal Ruzante, e due coniugi di Rosara; prezzo convenuto 10 ducati, cioè 62 lire, delle quali i venditori intascavano solo 14, perché le altre 48 le avevano avute "prima della stipulazione del presente contratto".

Bè, tutto normale, tutto consueto, direi. No.

Perché i due coniugi di Rosara vendono quel boccone di terra, quasi certamente unica fonte di sostentamento e sopravvivenza della loro famiglia? Ce lo dice il notaio, che ha allentato le maglie rigide e frigide del suo formulario e ha introdotto e fissato nel rogito una realtà che gronda povertà, fame, morte imminente: conseguenza tremenda della carestia e della peste. Vi traduco il martellante passo latino del notaio seccense: i coniugi di Rosara son costretti a vendere perché " vogliono soccorrere e venire in aiuto a se stessi trovandosi in così grande necessità e in estrema scarsità di vitto, in una così grave penuria di cui mai si ebbe una maggiore; se non vendono muoiono di fame con tutta la loro famiglia poverissima".

Sotto il peso mortale di questa situazione i due coniugi di Rosara crollano, vendono al prezzo molto basso sopra indicato e già mangiato quasi tutto, ripetiamo, "prima della stipulazione del presente contratto".

Passiamo a un secondo esempio, verificatosi all’indomani del primo, cioè il 5 giugno 1529 e quasi fotocopia di esso: Ser Michele Poalto da Codevigo trasferisce al Cornaro la proprietà di un campo "bassivo" e non piantato e riceve solo 3 ducati avendo avuto per l’innanzi gli altri 7 che completano il prezzo di vendita, questa volta probabilmente normale.

Eccezionale e drammatico è il motivo per cui il Polato è costretto a vendere; ce lo documenta il notaio; ascoltiamolo tradotto dal latino: "Michele è immerso in così grande penuria di vitto che se non soccorre a se stesso perisce di fame; già da due mesi è costretto a fare il pubblico mendicante e questo fatto è notissimo prwesso tutti coloro che ne hanno conoscenza; ore non gli resta alcun altro modo di provvedere a se e di sostenere la sua povera vita se non la vendita di quel campetto.

A questo punto mi sembra inopportuno presentarvi altri esempi, anche inediti: lo si farà se ma in altra occasione. Ora mi preme trarre una conclusione molto importante, a mio avviso per l’impareggiabile arte drammatica del Ruzante.

Nella sua seconda "oratione", con il realismo e i gusti propri di un veneto, il Ruzante definisce la "roba" cioè quella proprietà terriera più o meno piccola essenziale per la vita di ogni uomo, di ogni famiglia, magari " acquisita (come diceva il Cornaro) con il migliore mezzo e più laudevole di ogni altro, che è il mezzo della santa agricoltura".

La definisce, anzi la esalta in modo scultoreo:

e la roba a cherzo ch’al sapiè

que la è il primo sangue

e el primo limento snaturale.

Ebbene Ruzante ha visto coi propri occhi e più volte, quei piccoli livellari o proprietari o artigiani saccensi costretti dalla inesorabile carestia a privarsi, pena la morte, del loro ultimo boccone di "roba2, cioè del "primo sangue" del primo alimento naturale".

E da par suo li ha portati sulla scena del Mènego, "dialogo facetissimo et ridiculosissimo" recitate a Fosson alla caccia, l’anno della carestia, 1528; in questo piccolo dramma la carestia è presente dal principio alla fine;" pare (cita il Lovarini) non vi si possa parlar d’altro: se ne parla per lagnarsi o per consolarsi e per ridere anche".

Pochi cenni:- ansioso almanaccare sul lento trascorrere dei mesi di un lungo anno fino allo sperato sollievo del frumento a mezzo giugno la fuga del pane dai contadini come "celeghe dal falchetto" unico rovello: estinguere con qualunque mezzo la fame ("e pur non me vegnisse fame, a no vorà altro mi") gli usurai, che no vo vendere né dar fuora la biava" che sono " pi bramusi de sangue (la roba!) eli poveritti, che no è cavalla magra de herba nuova (altra immagine della stagione famelica) i contadini visti come spettri ("pareron huomeni morti che suppie ste apichè al fumo, tanto saronte sutile e consumè); o paragonati, i contadini, a porci ("pareron puorzi che slappe… a uno trare a vivere").

Tutto questo, e altro passa dalla realtà della gente e dei campi della saccisica alla scena teatrale di Fosson attraverso l’esperienza e l’arte del Ruzante.

Insomma da luoghi ruzantiani a testi ruzantiani secondo il felice intreccio che questa vostra giornata di studio si è proposto di indagare.

 Paolo Sambin

20 giugno 2001



< Poesia su Ruzante | "L'Anconitana" >

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